Le attività con la scuola

Alberi Parlanti

Gli Alberi Parlanti sono i custodi della memoria della nostra terra: attraverso un semplice QR Code posizionato accanto ad ogni pianta, potrai ascoltare la voce del territorio, scoprire il nome dell’ulivo, leggere una dedica personalizzata e guardare un breve video che ne racconta la storia, il paesaggio e le persone che se ne prendono cura.

Anna e Peppe, amici da sempre, frequentavano la stessa classe. Al termine delle attività si divertivano, quando era bel tempo, a scambiarsi pensieri e opinioni sotto il loro albero preferito: l’albicocco nel giardino della scuola. Che bello assistere alla sua trasformazione nelle diverse stagioni, ma quella che preferivano era l’estate, le albicocche erano ormai mature e pronte da mangiare e mentre chiacchieravano, gustavano i succosi frutti dell’albero.

Tutto perfetto, a parte la cattiva abitudine dei due amici di strapparne le foglie, di fare piccole incisioni sul suo tronco con pietre appuntite senza pensare che quei loro gesti potessero procurare dei danni… Passarono alcuni anni, Anna e Peppe crescevano e le stagioni continuavano ad alternarsi. Finalmente la primavera! Finalmente era possibile di nuovo fermarsi sotto il loro albero dopo la scuola. Felici corsero fino al giardino, ma, ahimé, si trovarono di fronte una specie di albero, no, pensarono, non può essere il nostro albero, si guardarono intorno pensando che per la fretta avessero sbagliato direzione. Purtroppo no, secco, senza germogli, senza fiori, era proprio quello. Perché, si chiesero, increduli si guardarono negli occhi pieni di lacrime.

All’improvviso sentirono una voce che diceva: “Avete commesso un grandissimo errore, ragazzini, avete dimenticato in fretta cosa avete fatto al mio amico albero” con tono di rimprovero. “Ora è senza forze, credo proprio che non resisterà a lungo”. Allora Anna e Peppe ripensarono alle foglie strappate, alle incisioni, a quanto erano stati irresponsabili e superficiali nei suoi confronti. Tristi e pentiti chiesero all’albero cosa fare per aiutare il loro albicocco, come rimediare al danno. E l’albero rispose: “Semplicemente prendendovene cura.”

Da quel giorno i due amici continuarono ad andare dall’albicocco, si sedevano vicino a lui, lo abbracciavano, toglievano le erbacce, raccoglievano dai suoi rami le foglie secche…

Immensa fu la gioia nel vedere, giorno dopo giorno, spuntare i primi germogli

fino a quando, dopo qualche mese, l’albero diventò più forte e robusto di prima. Un giorno, come un sussurro, l’albicocco li ringraziò: “Avete commesso degli errori e, per questo, ero molto arrabbiato con voi, ma avete imparato la lezione, vi siete presi cura di me giorno dopo giorno, facendomi rinascere. Adesso vi affido una missione importante, fate in modo che tutti abbiano cura e rispetto per noi.” E Anna e Peppe: “Sì, hai ragione, nessuno deve maltrattare gli alberi, in ogni istante della nostra vita, dietro ogni nostro respiro, ci siete voi che lo permettete. Saremmo degli stolti se non lo facessimo, difendervi significa preservare il nostro benessere”.

Un ultimo abbraccio al loro amico e poi a casa, adesso si sentivano leggeri, fieri di ciò che avevano fatto e pronti per contribuire a custodire l’ambiente a ogni costo!

 

Un albero è bello, ma ancor di più, ha diritto alla vita; come l’acqua, il sole e le stelle, è essenziale. La vita sulla terra è inconcepibile senza alberi.

Raccontata da: Anton – agostino – michele – valeria – lorena

TRA VIGNETI E ULIVETI VI VOGLIAMO TRASPORTARE

E L’ANIMA DEL NOSTRO PAESE

VI VOGLIAMO RACCONTARE.

LE MONTAGNE FANNO DA SFONDO ALLA TERRA RICAMATA

LA LUCE ACCAREZZA LE FOGLIE, ILLUMINA I CHICCHI

CREANDO UN’ATMOSFERA QUASI INCANTATA.

UNO SPECCHIO OPACO VESTE L’UVA AL MATTINO

CUSTODENDO LE DOLCI IMPRONTE

DELLE MANI DEL SUO CONTADINO.

UN FLEBILE E DOLCE SUONO ACCAREZZA L’UDITO:

SON GLI UCCELLI CHE, TRA CIELO E TERRA,

SI APRONO ALL’INFINITO.

SULLO SFONDO, TRA COLLINE LONTANE

CANTI POPOLARI, PROFUMO DI TRADIZIONE

SI UNISCONO AL SUONO DELLE CAMPANE.

DANZE DI FORBICI RISUONANO NELL’ARIA

E, CON TONO NETTO,

ACCOMPAGNANO I NOBILI GRAPPOLI NELLE CESTE

CHE DIVENTANO IL LORO LETTO.

TRA LE FOGLIE CHE SFIORANO BRACCIA E DITA

UNA DOLCE GELATINA MORBIDA E PREZIOSA

RICORDA TUTTO IL SENSO DELLA LORO VITA.

INEBRIANTE ODORE DI DOLCEZZA INFINITA

PROFUMO DI ERBA

E DI ARIA PULITA:

È L’ANIMA DELLA TERRA CHE ACCOMPAGNA LE ORME DEI CONTADINI

CHE IMPEGNANO TUTTO IL LORO CUORE

PER LA CURA DI ULIVI, VIGNETI E VINI.

LA PELLE DORATA DAL SOLE E LE GUANCE ACCALDATE

NON OSTACOLANO, IN NESSUN MODO,

LE BRACCIA AFFATICATE.

E, DURANTE TUTTI QUESTI GIORNI TRASCORSI,

LA BOCCA, OGNI TANTO, SI RINFRESCA

CON DORATI SORSI.

IL CONTADINO ASSAGGIA CON AMORE

IL FRUTTO DEL SUO NOBILE LAVORO

CUSTODENDO, OGNI GIORNO, I DOLCI CHICCHI

COME SE FOSSERO PIÙ IMPORTANTI

DI UN NOBILE TESORO.

SEPPUR IMPEGNATIVO, IL SUO

È UN LAVORO MERAVIGLIOSO

CHE GLI SUSCITA DOLCEZZA

COME IL TOCCO SULLE GUANCE

DI UNA FEMMINILE CAREZZA.

È QUESTA LA MAGIA CHE VIVIAMO, OGNI GIORNO,

NEL NOSTRO SPLENDIDO PAESE

E VOGLIAMO RACCONTARE AL MONDO

IL SOGNO DELLE NOSTRE IMPRESE.

Raccontata da: Giancarlo – francesco – mohamed – angelo – matteo – antonio

C’era una volta Matilde, una ragazza che aveva appena finito di disegnare un ulivo con una bella chioma folta e verde.

Il giorno dopo, sua nonna trovò, a poca distanza dalla loro casa, un meraviglioso albero d’ ulivo gigante con tronco muschioso e robusto e una chioma con sfumature argentee, con olive gustosissime. La nonna, sapendo che queste olive erano squisite, chiamò Matilde e l’invitò a cena. Matilde arrivata dalla nonna l’aiutò con le pulizie dell’orto e vide l’ulivo, rimase sorpresa dal suo splendore e dai suoi colori. Lei e la nonna iniziarono a giocare, dopo qualche ora arrivarono i genitori di Matilde e cenarono insieme e Matilde, dopo aver assaggiato alcune olive, disse:” Sono buonissime nonna, dove le hai prese?” La nonna rispose:” Sono quelle dell’albero di olivo vicino all’ orto”.

Dopo aver cenato, Matilde andò a cogliere delle olive per portarsele a casa e con sè aveva una campanella che la nonna le aveva dato per compagnia, iniziò a scuoterla e vide che l’albero prese vita, aveva degli occhi dorati, le labbra grandi, un naso sull’ arancio ed una voce cavernosa, l’albero parlò: “Salve, grazie di avermi risvegliato, non ti darò mai le mie olive, sono le uniche che mi rimangono altrimenti resterò solo!” Matilde non sapendo della sua vita e cosa rispondere, prese e scappò.

Il giorno dopo Matilde ritornò spaventata nell’ orto dove c’era l’ulivo e iniziò a gridare: “Albero parlante, Albero vivente, rispondimi!” Ma niente. Matilde non si arrese e la sera stessa, con la campanellina in mano, ritornò nell’ orto, iniziò a scuoterla e l’albero prese vita. Aprì i suoi grandi occhi e con le sue grandi labbra disse:” Sei ancora qui?” Matilde annuì e ritornò a casa. Il mattino dopo si recò in biblioteca e iniziò a cercare informazioni su quello strano albero. Poco dopo trovò un libro sugli alberi e una pozione per far ritornare l’albero normale. Iniziò a vedere gli ingredienti che servivano: muschio, terriccio, acqua, ghiaia e disse che per far sì che funzionasse doveva essere esposta 10 ore al sole. Andò in giardino a prendere il terriccio, poi nel boschetto vicino casa sua per il muschio, al fiumicello del paese per la ghiaia e per l’acqua, miscelò tutto e lo fece riposare al sole per 10 ore. Ogni minuto che passava Matilde era lì a fissarlo, anche la mattina prima di andare a scuola lo fissava.

Il pomeriggio seguente era pronta e ritornò nell’orto della nonna, iniziò a versare la pozione sul terreno dov’era piantato l’albero che si pietrificò. Matilde iniziò a sentire un odore di erba fresca, ormai l’albero fermo immobile, iniziò a far cadere tutte le sue olive, così lei prese i preziosi frutti caduti e li portò a casa. La sera, iniziarono a suonare le campane della chiesa e l’albero si risvegliò disperato, Matilde sentendo piangere, uscì e andò nell’ orto confusa, vide l’albero in lacrime e disse: “Perché piangi disperato?” E lui rispose: “Io non sono un mostro come pensi, volevo solo conservare i miei frutti così preziosi.”

Matilde non sapeva che la pozione durasse solo 12 ore e dispiaciuta disse: “Scusami tanto, riecco le tue olive”, l’albero d’ ulivo rispose: “Grazie, il mio scopo, come quello dei miei fratelli alberi, è vivere in PACE… ora vieni qui che mangiamo insieme le mie ultime olive.” Poi Matilde si svegliò continuando a pensare alla sua meravigliosa amicizia di un sogno indimenticabile.

Morale della favola:

Mai giudicare una persona o un albero senza conoscerlo, perché poi nascerà una grande amicizia da sogno.

Raccontata da: ginevra – claudia

C’era una volta, in una magnifica collina sannita irradiata dal sole, un grandissimo ulivo millenario.

Dei bambini, originari di Pontelandolfo, ogni sera andavano in questo campo fruttifero, per divertirsi insieme e per ammirare il fiammeggiante tramonto che scendeva mentre il cielo lo assaliva. Di giorno invece giocavano ad acchiapparella e a bocce con le pietre.

Dopo un paio di giorni di tranquillità, improvvisamente un bambino si sentì male da svenire, tutti gli altri andarono nel panico e, sentendo queste urla, un albero prese vita e dal terreno uscirono radici umide e intrecciate che fecero al bambino, ormai morente, il massaggio cardiaco salvandolo.

Subito dopo il bambino, ancora scioccato, si riprese e ringraziò l’albero, così i bambini e gli ulivi diventarono inseparabili.

Dopo alcuni giorni, però, i bambini si chiesero come avesse fatto l’albero a capire e ad uscire quando loro ne avevano bisogno, l’albero spiegò che da mille anni vedeva cosa succedeva nel mondo dietro la sua piccola corteccia, ruvida e resistente.

I bambini da sempre li avevano aiutati e protetti, così lui li aveva aiutati perché gli alberi erano in pericolo: il sindaco aveva ordinato di abbatterli e di farci sopra un grandissimo parcheggio. Così i bambini quando arrivarono grandi ruspe ed escavatori bloccarono con i loro piccoli corpi i grandi e grossi mezzi.

Allora il sindaco si arrese e gli ulivi ringraziarono i bambini per averli salvati e per averli rispettati e amati.

Gli ulivi rappresentano pace, serenità e benessere quindi non devono essere inquinati.

Raccontata da: roberto – enrico

Tanto tempo fa, in un piccolo paese chiamato Fragneto Monforte, viveva un boscaiolo noto a tutti per la sua forza e la sua ascia sempre affilata. Un giorno, il suo vicino piantò nel giardino del boscaiolo alcuni alberi di ulivo. Quando il boscaiolo lo vide, sbottò furioso:
«ARRRRH, DANNAZIONE! Il mio vicino ha piantato ancora alberi d’ulivo nel mio giardino! GLIELA FARÒ PAGARE!»

Il boscaiolo era molto conosciuto in paese perché, negli anni, aveva tagliato tutti gli alberi nel raggio di dieci chilometri. Ma cosa faceva con tutto quel legno? Lo vendeva al mercato, e i suoi concittadini lo usavano per riscaldarsi e alimentare i forni a legna. Proprio accanto alla sua bancarella c’era quella del vicino, che vendeva il suo pregiato olio d’oliva e guadagnava più di lui.

Nei giorni seguenti, il boscaiolo cercò di pubblicizzarsi, ma i suoi sforzi erano vani. Il vicino, che era muto e non poteva nemmeno pubblicizzare i suoi prodotti, vendeva comunque più olio d’oliva.

Dopo qualche settimana, preso dall’invidia, il boscaiolo prese una decisione drastica: quella stessa notte, sotto una pioggia battente, decise di tagliare gli alberi del vicino con la sua fedele ascia.

Appena tagliò il primo ulivo, però, qualcosa di incredibile accadde: al suo posto ne comparvero subito altri due. Confuso, si chiese:
«COME È POSSIBILE?!»

In realtà, il vicino sapeva bene cosa sarebbe successo. Prima di piantare gli ulivi, aveva immerso le radici in una pozione magica, rubata a una strega che viveva nelle vicinanze.

Ma il boscaiolo, testardo e deciso, continuò a tagliare gli alberi con tutte le sue forze e, in qualche modo, riuscì a farlo.

La mattina seguente, però, si trovò davanti a una scena ancora più incredibile: gli ulivi avevano invaso completamente l’ingresso della sua casa. Ogni volta che tagliava un albero, un altro cresceva immediatamente al suo posto.

Bloccato, intrappolato tra gli ulivi rigogliosi, il boscaiolo capì che non sarebbe mai più riuscito a liberarsi da quel bosco verde e antico.

Né lui né il vicino avrebbero mai immaginato che quel piccolo giardino sarebbe diventato, col tempo, l’uliveto secolare di Fragneto Monforte, simbolo di forza, rinascita e rispetto per la natura.

Raccontata da: lorenzo – giuseppe

In una piccola casetta in montagna, viveva una coppia di anziani che riempiva le giornate ripensando al passato e aspettando con pazienza che figli e nipoti andassero a trovarli e si fermassero un po’ con loro.

Il tempo passava, le belle e soleggiate giornate stavano per cedere il passo alla stagione invernale ormai alle porte; già il freddo cominciava a farsi pungente, così, ogni sera, per riscaldarsi, accendevano la legna nel loro piccolo camino. Ahimé, nella legnaia c’era, ormai, ben poco da bruciare, l’uomo pensava che avrebbe avuto più tempo per raccogliere altra legna e invece aveva già davanti un lungo inverno.

Così, senza perdere altro tempo, il giorno dopo, si avviò verso il bosco, che strano quel silenzio, neanche un fruscio. Proseguì e cominciò ad avere la sensazione di essere osservato, timoroso si guardò intorno e notò che gli animali del bosco erano un po’ ovunque, fermi, immobili con uno sguardo carico di rimprovero e così anche gli uccelli sui rami degli alberi. Tutto sembrava cristallizzato, la tensione era tale che a tratti gli mancava il respiro! “Non capisco”, pensò, e cercava una risposta a ciò che vedeva. Incerto, l’uomo che non aveva mai vissuto un’esperienza così strana, continuò il suo cammino, non poteva tornare a casa senza legna! Improvvisamente, una voce che sembrava un sussurro ruppe quella strana atmosfera: “Finora, avete pensato unicamente a prendere tutto ciò che vi serviva, adesso, guardati intorno, cosa vedi?”

L’uomo, spaventato, fece un giro su sé stesso e notò tanti spazi vuoti, troppi. Allora gli fu subito chiaro cosa volesse comunicargli quella voce venuta da chissà dove. Non era il solo a recarsi in quel bosco e nessuno, a quanto pare, si era mai preoccupato del fatto che prima o poi non ci sarebbe stato più nulla da portare a casa. Bisognava correre ai ripari! Forse si poteva ancora fare qualcosa. Scavando nei ricordi gli venne in mente una frase che suo padre gli ripeteva spesso: “Ricordati, figlio mio, la natura sarà sempre pronta a dare agli uomini a piene mani tutto ciò di cui hanno bisogno, ma, in cambio, chiede rispetto, attenzione, cura, vedi quanti maestosi alberi ci sono nel bosco? Ebbene, un giorno potrebbero non esserci più se l’uomo si curerà solo di tagliare.” Quanta verità nelle parole di suo padre, tutto tornava, nessuno si era preoccupato di ciò che sarebbe potuto accadere, pensando unicamente alle proprie necessità. Non c’era più da perdere tempo, certo ci sarebbero voluti anni, ma di sicuro grazie al suo impegno e a quello degli abitanti della montagna il bosco sarebbe tornato al suo antico splendore.

 

Forse, se potessimo o sapessimo ascoltare il linguaggio degli alberi, li sentiremmo pronunciare un antico verso del Satyricon di Petronio:

 

Serva me, serva te: proteggimi e ti proteggerò.  

Raccontata da: rossana nicole – antonio – emanuele – ilenia

C’erano tre ragazzi di nome Claudio, Vincenzo e Veronica.

Un giorno sentirono la madre di Veronica raccontare di un certo albero sul Monte Olay. Diceva che lì regnava un maestoso albero infestato.

 

Il giorno seguente i ragazzi chiesero spiegazioni alla maestra, che rispose:

«Non si tratta di un albero infestato, ma dell’albero della pace».

 

Da quel momento i tre amici non parlarono d’altro. Alla fine a Vincenzo venne un’idea:

sarebbero partiti per scoprire la verità su quell’albero. Veronica prese i vecchi zaini di sua madre e fissarono l’appuntamento per il 16 novembre 2007.

 

Claudio non era convinto: non voleva affrontare quell’avventura, perché era sempre stato molto pauroso. Nel loro villaggio, infatti, scoppiavano spesso guerre, e i ragazzi speravano che, dopo quel viaggio, l’oasi sulla collina li avrebbe riconosciuti come portatori di pace.

 

Il 16 novembre si ritrovarono in via Collemarino e partirono felici. Poco dopo, però, una forte tempesta si abbatté su di loro. Per fortuna lì viveva una signora che li accolse in casa. I ragazzi le raccontarono la loro missione, ma la donna li mise in guardia: «È molto pericoloso».

I tre non si lasciarono scoraggiare e passarono la notte da lei.

 

La mattina seguente ripresero il cammino. Ai piedi del monte Olay trovarono una grande scalinata con un cartello: “Attenzione, percorso fragile”. Non capirono cosa volesse dire, finché Veronica non lanciò una pietra: la scalinata scomparve sotto i loro occhi. Decisero allora di stringersi la mano e correre insieme: contro ogni previsione, riuscirono a passare.

 

Era quasi notte quando trovarono una casetta dove riposare.

Il mattino dopo ripresero il viaggio, ma all’improvviso Claudio gridò. Veronica si voltò e vide che indicava un ordigno: era una dinamite! Con attenzione riuscirono a superare quel tratto, ma restarono sconvolti. Chi poteva aver messo lì quelle trappole?

 

Dovettero montare una tenda per dormire, e la mattina successiva continuarono a interrogarsi: chi e perché voleva fermarli?

 

Più avanti trovarono un enorme labirinto di spine di rose, che superarono con fatica. Ormai erano vicini all’albero, ma calava la notte, così montarono di nuovo la tenda.

 

Il giorno dopo ripresero a camminare e finalmente scorsero la sagoma dell’albero. Ma davanti a loro c’era un grande cancello chiuso. Scoraggiati, notarono poco lontano una casa e decisero di bussare. La porta si aprì da sola.

 

Dentro, con stupore, videro una chiave. Stanno per prenderla, quando un uomo enorme dalle spalle larghe, mani gigantesche, barba folta e capelli ricci quasi afro li fermò.

Disse loro:

«Non potete prendere questa chiave. Voi venite dall’Oasi in Collina, il villaggio in cui regnano sempre guerre».

 

I ragazzi, tristi, annuirono. Poi spiegarono:

«È proprio per questo che siamo qui. Siamo stufi delle guerre. Vogliamo fuggire da tutto ciò. La natura ci regala un mondo meraviglioso, eppure gli uomini trovano sempre un motivo per litigare, sia da grandi che da piccoli. L’uomo non cambierà mai…»

Raccontata da: gemma – marta

M: “Elizabeth, dove sei? È da mezz’ora che ripeto il punto d’incontro!” sbraitai al telefono.
“Madison, mi sono persa!” rispose lei, un po’ imbarazzata.
“Io allora la rimproverai: ‘Eli, non è normale che ti perdi nel paese dove sei vissuta per dodici anni!’”
Dopo qualche minuto, Elizabeth, calma come sempre, disse: “Incontriamoci alla Villa, lì possiamo passeggiare.”
“OK, OK, tra due minuti sono da te!” risposi.
Arrivai davanti alla Villa e vidi la figura snella di Elizabeth intravedersi tra gli alberi. Con quei capelli rossi e lisci era facile riconoscerla. Appena fummo vicine, ci abbracciammo calorosamente. Poi, sorridendo, le proposi di entrare insieme nella Villa.

E: Le nostre scarpe scricchiolavano sul terreno mentre passeggiavamo. Dopo un po’, notai che il bosco era stranamente vuoto: di solito c’era tanta gente. Mi voltai per guardare Madison, aspettandomi il suo volto lentigginoso, ma non la vidi. Mi preoccupai e iniziai a chiamarla: “MADDIE! DOVE SEI?!”
Smisi subito quando lei urlò: “BUU!”
“AAAAA!! Ma sei pazza!”
Mi zittii, guardando dietro di lei. “È… è… è bellissimo! Devo fare una foto!” dissi, correndo verso il maestoso albero dalle scintille blu.

M: Non so se Elizabeth fosse una pazza ossessionata dalle foto degli alberi o qualcosa del genere, ma l’albero era davvero splendido. Era un salice piangente, con rami lunghi e ondeggianti e foglie che brillavano come stelle. Era l’unico albero illuminato dal sole, circondato da un piccolo laghetto che rendeva tutto ancora più magico. L’acqua era limpida, con piccole ninfee galleggianti.
“Questo posto è…” Non riuscii a finire la frase che… SPLASH! Elizabeth era caduta nell’acqua attorno all’albero. Aspettai, sicura che sapesse nuotare, ma non vedevo bollicine in superficie. Allora mi gettai anch’io. SPLASH! L’acqua non mi bagnò, ma mi avvolse come una nebbia. Chiusi gli occhi e… mi ritrovai in un mondo strano. Da lontano, vedevo Beth.

E: Uscimmo da quel lago-scivolo e cademmo a terra. “AI!” esclamai, mentre Madison si stava rialzando, respirando affannosamente come un animale spaventato.
“La finisci di—” tossii, “Cos’è questa puzza?”
Guardai intorno. “Ecco perché si respira malissimo.”
La terra era putrida, dura come pietra. Il cielo era coperto da nubi di gas nere e dense. Vedevo fabbriche fumanti e discariche, ma nessuna pianta. Nessuna montagna, solo cumuli di terra crollata.
“Dove siamo?” chiese Madison.
“Boh, lo chiedi a me?” Prima che potessi rispondere, una forza invisibile mi spinse a terra.

M: Mi ero girata un attimo per osservare il paesaggio, ma quando mi voltai Elizabeth era a terra, circondata da due robot. Il primo la bloccava, mentre il secondo, incredibilmente, aveva una spada laser puntata contro di lei. Mi gettai sul robot con la spada. “Nessuno tocca Elizabeth!” Lo colpii ripetutamente finché… ‘POUF’, sparì e al suo posto comparve un vasetto. Feci un sorrisetto e, dopo aver distrutto anche l’altro robot, apparvero del terriccio e dei semi. Avevo il fiatone e il sudore colava.
“Maddie, guarda!” esclamò Elizabeth.
“Con tutto questo…” iniziai io, e lei concluse: “Faremo nascere una piantina!” Presa dal coraggio, afferrai il vaso e piantai i semi.
Ci avvicinammo alla discarica, camminando per mezz’ora. Era una landa desolata di rottami e rifiuti, un odore di acido e muffa permeava l’aria. La luce faticava a filtrare. Continuai a guardarmi intorno finché inciampai. “Ahia,” dissi. Notai di essere caduta su del concime. “Beth, Beth, del concime!” urlai saltellando verso di lei, ma prima di prenderlo…

E: La terra iniziò a tremare. Non capivo se stesse per esplodere a causa dell’inquinamento. Guardai il concime sotto Maddie, poi i rifiuti. Una calma inquietante calò, come la quiete prima della tempesta. I rifiuti si sollevarono in un vortice, simile a un tornado. Soffiava un vento potente.
“Maddie! Spostati!”
Il gigante di rifiuti si formò, afferrò Madison e mi scagliò di lato. Caddi con un tonfo e guardai Madison. Un’ondata di tristezza e paura mi travolse: guardavo la mia migliore amica soffrire e piansi. Il terriccio e i semi erano sparsi ovunque, tranne uno, rimasto nel recipiente. Le mie lacrime caddero e, all’improvviso, il contenitore esplose. La piantina crebbe rapidamente, avvolgendo il robot. Maddie cadde, ma fu afferrata dai rami, mentre gli altri strizzavano il robot metallico.

M: Pensai che la mia vita fosse finita. Chiusi gli occhi, ma appena li riaprii ero a terra, con un piccolo taglietto sul labbro, probabilmente causato dal robot. “Elizabeth dov’è?” fu la prima domanda che mi passò per la testa. Mentre la cercavo trovai un giornale e lessi la data: non era il 2025, come avrebbe dovuto essere, ma il 2045.
“Quindi… il mondo sarà così, molto prima di quanto possiamo immaginare,” sussurrai.
Alzai lo sguardo e vidi il mostro avvicinarsi, attorcigliato dalla pianta che era stata solo un germoglio.
“È PAZZESCO!” urlai.
Il mostro si dimenava, ma… BOOM! Con un fragoroso boato esplose in mille pezzi metallici, che caddero come pioggia.
Elizabeth mi raggiunse.
“Madison! Sei viva!”
Ci abbracciammo piangendo.
“Certo, Beth, grazie a te.”
Guardai il suo volto: aveva qualche graffietto, uno sul sopracciglio. Poi il mio sguardo si posò su qualcosa di incredibile.
“Eli, guarda… guarda quell’albero!”

E: Apparve l’albero che ci aveva portate lì. Era magnifico. Il contrasto tra la sua vita luminosa e la desolazione del futuro era evidente. Le scintille blu sulle sue foglie danzavano leggere, mentre il mondo intorno a noi era distrutto e invaso da robot impazziti. Corsi a toccare l’albero.
“Il 2045 finisce qui. Siamo tipo… dimmi un film correlato?”
“Ritorno al futuro.”
“Esattamente. Bene, bello e tutto, ma io torno a casa!”
Un portale si aprì e ci ritrovammo nel mio letto, nella mia camera.
Mentre Madison si lamentava a non finire per il graffio sul labbro, io scrivevo tutto sul mio diario, per raccontare questa storia a voi.

Raccontata da: gemma – marta

Un pastor ch’ogni di lieto menava

a satollar l’armento in questo colle

che risonava spesso al trillo molle

d’un bimbo lesto che l’accompagnava

un di che sparsa la mandria sostava

e le agnelle di latte, eran satolle

insieme al bimbo smosse alcune zolle

e un giovin tiglio diritto vi piantava.

Il bimbo allor cantò alto alla festa,

ed alto crebbe il tiglio e visse altero

al caldo, al gelo, saldo et a tempesta.

Una capanna in cui la notte un cero

vigil fugava il lupo alla foresta del viver

colse il voto suo primiero.

ohi quante volte il mite passeggero

godè del tiglio amato l’ombra estiva

o del pastor

l’asil grato e sincero!

Il rozzo pan che la massaia offriva

breve il cammin rendevagli e leggero.

Ma il malfattor che vagabondo usciva

dal covo ascoso in aria di mistero,

deviava tosto il piè ver altra riva.

Simbol di grazia e di fermezza avita

intorno a sè il tiglio già univa,

l’orto e la casa comoda pulita

e come all’alba, a ser pur s’udiva

pe’ campi arati la squilla gradita

che inonda il cuor di pace e lo ravviva!

Raccontata da: FARNIATECA

C’era una volta, nell’antico borgo di Fragneto Monforte, un uomo povero di circa settant’anni, con una lunga barba bianca e gli occhi pieni di saggezza. Viveva in una piccola casa ai margini del paese, e si vedeva raramente in giro. Quando usciva, indossava sempre gli stessi abiti vecchi, sporchi e logori dal tempo.

Fragneto Monforte, un tempo verde e rigoglioso, era diventato un luogo arido e grigio. Gli alberi erano stati abbattuti per far spazio a costruzioni e strade, e l’aria era diventata pesante. Alcuni abitanti si ammalavano e, nei casi peggiori, morivano a causa della mancanza di ossigeno. Il cielo sembrava sempre più opaco e il vento non profumava più di foglie, ma di polvere.

Un giorno, mentre l’uomo camminava lentamente per il paese, alcuni ricchi signori del villaggio lo fermarono. Gli porsero un sacchetto di semi, dicendogli con un sorriso misterioso:
— Un giorno scoprirai a cosa servono davvero.

L’uomo non fece domande. Accettò il dono, li ringraziò con un cenno del capo e si incamminò verso una collinetta poco distante, un luogo tranquillo dove il sole scaldava la terra con dolcezza. Arrivato in cima, trovò un vecchio pozzo ancora pieno d’acqua: era il posto perfetto.

Con le mani nude scavò piccole buche nella terra e vi piantò i semi, uno a uno, come se stesse affidando alla terra una speranza. Ogni giorno, prima ancora che il sole sorgesse, si alzava e saliva sulla collina per annaffiare le piantine, parlare con loro, prendersene cura.

Passarono gli anni. Dopo cinque lunghi inverni e altrettante primavere, da quei semi spuntarono alberi forti e generosi. I primi furono ulivi, che presto iniziarono a dare frutti. L’uomo, ormai vecchissimo ma felice, raccolse le olive in una grande cesta e le portò agli abitanti del paese.

Ma la vera sorpresa fu un’altra: l’aria, pian piano, cominciò a cambiare. Tornò il profumo del vento, l’ossigeno aumentò, e la salute degli abitanti migliorò. Quello fu solo il primo albero: col tempo, la collina si riempì di verde, e sempre più persone iniziarono a piantare nuovi alberi in tutto il paese.

Fragneto Monforte tornò a respirare.

Da quel giorno, ogni bambino che nasceva riceveva in dono un seme da piantare, per ricordare a tutti che gli alberi non sono solo piante, ma alleati silenziosi che purificano l’aria e custodiscono la vita.

Raccontata da: sofia – sara – paolo

In un caloroso giorno di Luglio, una ragazza intelligente e solare, con i capelli ricci ed arancioni, occhi azzurri, lentiggini sparse su tutta la sua faccia, un vestito lungo e verde, proprio come la principessa Merida, decise di andare in natura portando diversi libri da leggere, poiché si annoiava.
Camminando per strada, con lo zaino pesante, intravide dietro ad alcuni cespugli una bellissima pianura, colma di alberi d’ulivo.  Incantata dal bellissimo paesaggio, decise di andarci e rilassarsi per un paio d’ore.
Arrivata lì avvistò un maestoso albero dalle foglie argentee, aveva una corteccia ruvida con piccoli buchi che facevano da casa alle formiche, inoltre aveva diverse sfumature di marroncino scuro e le foglie erano lunghe e sottili, di colore verde, ma, illuminate dai raggi del Sole, brillavano come l’argento.
Emma, quindi, si sedette sull’erba poggiandosi sul tronco ed, in cerca di un libro interessante nello zaino, trovò per coincidenza un’enciclopedia sugli alberi d’ulivo, allora, decise di leggerla.
Durante la lettura scoprì che un albero come quello poteva vivere migliaia di anni, quindi longevo. Poi lesse che queste piante erano ermafrodite, cioè con sesso maschile e femminile e che l’impollinazione avveniva tramite il vento ed i fiori erano piccoli e bianchi.
Ad un certo punto sentì dei passi e pensò che fosse un animale, all’improvviso arrivò un ragazzo: era alto, con un cappello di paglia che copriva i suoi capelli marroni e mossi, aveva degli occhi verde cristallino, indossava una tuta da contadino ed in mano aveva un abbacchiatore elettrico, per raccogliere le olive.

 I loro occhi si incrociarono: fu amore a prima vista. Il ragazzo si avvicinò e chiese ad Emma quale fosse il suo nome, si presentarono e lui disse di chiamarsi Giulio.
Spiegò che quella era proprietà privata, quindi Emma si scusò e, mentre si incamminava verso la strada, sentì una voce molto dolce: era Giulio che chiedeva un appuntamento per conoscersi. Emma, timida, accettò e chiese il luogo dell’incontro, poco dopo Giulio rispose che era nel ristorante più conosciuto del paese. I due si salutarono, Emma se ne andò e Giulio iniziò a raccogliere le olive con l’aiuto dell’abbacchiatore.
Dopo tre settimane dall’appuntamento i due si fidanzarono e organizzarono una romantica cena per inaugurare il loro quarto anno insieme e alla fine della cena Giulio si mise all’improvviso in ginocchio e chiese ad Emma di sposarlo, lei era scioccata e si mise a piangere dicendo di sì.
Il giorno del matrimonio tutti gli invitati si vestirono con abiti color verde oliva, mentre la sposa indossava un vestito bianco in pizzo con qualche fogliolina di olivo tra i capelli e piccolissimi fiori bianchi, lo sposo vestiva con una camicia verde cachi ed il resto del completo era nero. Anche l’altare aveva decorazioni con ramoscelli di ulivo attorcigliati a qualche colonna per simboleggiare amore eterno e pace.
Tre anni dopo ebbero due figli: Giulia ed Emilio, due bambini allegri e vivaci e vissero in una casa tutta loro immersa in un uliveto secolare.
Da quel giorno l’albero d’olivo diventò anche simbolo d’amore.

Raccontata da: alessia – filomena – ana

Ciao!
Mi presento: sono un ulivo, uno degli “Alberi Parlanti” che fanno parte di un progetto speciale, nato per dare voce alla natura e raccontare le sue storie.
Da tantissimi anni, forse secoli, mi trovo qui, fermo e paziente, nel cuore del vostro paese. Le mie radici affondano profondamente nella terra, come braccia che abbracciano il passato, e le mie foglie d’argento tremolano al vento, testimoni silenziose del tempo che scorre.

Dalla mia posizione ho visto e vissuto moltissimo. Le mie olive e i miei rami hanno osservato le stagioni cambiare, gli anni passare, le feste riempire l’aria di risate e colori – sì, anche quelle con le mongolfiere che si alzano leggere verso il cielo.
Ho visto generazioni di bambini giocare attorno a me, correre sopra le mie radici nodose e sedersi sotto la mia ombra per riposarsi o sognare. Alcuni di quei bambini oggi sono adulti, e magari tornano ancora ogni tanto a salutarmi, magari con i loro figli.

Nel corso del tempo, tutte le persone che sono passate da qui – e anche gli altri alberi che mi circondano – mi hanno sempre chiamato con un nome affettuoso: “L’Albero della Forza”. Forse perché sono qui da tanto, o forse perché proteggo il terreno che mi circonda e offro rifugio e nutrimento a chi vive con me.
I miei rami accolgono nidi di uccellini, le mie cavità ospitano scoiattoli curiosi, e tra le mie foglie e le mie radici si nascondono insetti importanti per l’equilibrio della natura. Tutti trovano spazio sotto la mia chioma.

Adoro quando qualcuno si ferma vicino a me. Bambini, adulti, anziani… non importa l’età: ogni persona ha dentro di sé qualcosa da raccontare. Alcuni mi osservano in silenzio, altri riflettono, e qualcuno – più coraggioso o forse più sognatore – mi parla.
A me piace moltissimo, perché in quei momenti sento le emozioni che portano dentro: gioia, tristezza, speranza, amore… E chissà, magari, solo restando lì accanto a me, riesco a farli sentire un po’ meglio.

E poi c’è un momento che mi rende particolarmente felice: quando le persone raccolgono le mie olive, le portano via con cura e le trasformano in olio. In quel gesto c’è rispetto, gratitudine, collaborazione tra uomo e natura. È un dono reciproco.

Voglio ricordarti che io – come tutti gli alberi – svolgo un ruolo fondamentale per l’ambiente. Ogni giorno pulisco l’aria, produco ossigeno, contribuisco a mantenere il pianeta vivo e in equilibrio.
Per questo ti chiedo una piccola, ma importantissima cosa: rispetta la natura. Non gettare rifiuti a terra, proteggi gli alberi, prenditi cura degli animali e di tutto ciò che ci circonda.
Anche un piccolo gesto può fare una grande differenza.

Grazie per esserti fermato ad ascoltarmi. Ora tocca a te: prenditi cura del tuo mondo, come io cerco di prendermi cura del mio – e anche un po’ di te.

Raccontata da: ilenya – aya

C’ era una volta un grande albero di ulivo dal tronco ruvido è attorcigliato e dalla folta chioma verde. Sui suoi rami vivevano insetti e formiche. L’ albero era molto vecchio è abbandonato. Un giorno arrivò una ruspa, che spiantò il vecchio albero e lo portò in un campo pieno d’ ulivi. Nessuno gli dava retta tranne uno che gli chiese: “Vogliamo essere amici?” l’ulivo rispose “Si, vogliamo giocare?”. Giocarono per qualche ora, ma all’ improvviso arrivò un vandalo che accese gli ulivi, il fuoco arrivò fino all’ ulivo giovane, il nuovo amico dell’albero. All’ improvviso l’ulivo vecchio iniziò a sventolare la chioma per spegnere il fuoco. L’ albero era esausto e difese il suo amico, fino all’ arrivo dei pompieri che spensero il fuoco completamente. L’ ulivo giovane si commosse perché non pensava che il suo amico lo aiutasse così tanto.

Dopo un mese arrivarono alcune ruspe che presero gli ulivi rimasti e li spostarono in un campo nuovo, perché quello vecchio era distrutto, così crearono un gruppo di amici. Ogni giorno giocavano, parlavano e scherzavano così per 200 anni. Un giorno arrivò una fatina che rese il gruppo immortale e giovane per sempre.

Raccontata da: francesco – ianis – maicol

Tanti secoli fa nell’antico borgo di Fragneto Monforte, situato tra le colline del Sannio, scoppiò un’epidemia di peste che sconvolse la vita semplice e felice degli abitanti: nessuno usciva più di casa, chiusero tutte le botteghe, la gente si ammalava sempre di più.

In paese era molto conosciuto un giovane pastorello di nome Elia, che pascolava il suo gregge su una collina vicina. Stanco di vedere il paese in ginocchio, pregò i Santi Nicola e Rocco affinché i fragnetani potessero tornare ad essere felici e, come voto, sacrificò tutte le sue pecore.

 Il giorno successivo accadde qualcosa di inaspettato. Era una fresca sera di ottobre, il cielo era trapunto di stelle e la luce della luna piena sembrava avvolgere il paese con un manto d’argento. Le strade erano deserte, in lontananza si vedeva solo Elia che stava attraversando le vie del paese. All’improvviso, proprio mentre si trovava davanti alla chiesa Madre, il pastorello sentì sussultare il suolo sotto i piedi. Pensò subito alla scossa di un terremoto ma poi notò che la luna si stava avvicinando sempre di più al piccolo borgo e che, più si avvicinava e più il paese si illuminava. Ad un certo punto si udì un forte rumore: un frammento di luna staccandosi cadde accanto al campanile. Elia con voce tremante disse: “Oh mio Dio, cosa ho appena visto!” poi cominciò a correre verso casa.

La mattina seguente raccontò l’accaduto agli abitanti del paese che rimasero stupefatti. Cominciarono a chiedersi come fosse possibile una cosa del genere, ma nessuno trovò una spiegazione.

L’indomani fu organizzata un’assemblea nella quale si decise di porre  il frammento di luna sulla parte più alta del campanile. Era sicuramente un segno. Durante la notte scoppiò un temporale e anche questa volta avvenne qualcosa di insolito: al posto della pioggia caddero dal cielo dei grandi sassi. Quando il mattino successivo i fragnetani si svegliarono trovarono la torre campanaria molto più alta che si ergeva imponente sulle case del borgo. Da quel momento piano piano l’epidemia di peste scomparve e tutti tornarono alla vita di sempre. Fu così che La Chiesa Madre venne intitolata ai Santi Nicola e Rocco e per tutti gli abitanti il suono delle campane del campanile cominciarono ad avere un significato ben preciso: allontanavano la sfortuna, attraendo solo energie buone e portando benessere alla popolazione.

Oggi la torre campanaria è un potente simbolo di identità per Fragneto e qualcuno, nelle notti di luna piena, riesce ancora ad intravedere sotto la campana più grande un filo di luce, quella del frammento di luna. Per ricordare questa leggenda, ogni anno, durante il Festival internazionale delle mongolfiere, viene messo in scena il cosiddetto “incendio del campanile”: la torre campanaria si veste di luce, una magia di fuochi d’artificio che tiene tutti gli spettatori con lo sguardo all’insù.

Raccontata da: Gioele

C’era una volta un ulivo millenario che sorgeva sul Colle dell’Ulivo.

Attorno ad esso si trovavano quattro paesi: Brithynia, Persia, Camerot e Aragona.

 

All’inizio erano tutti in pace tra loro, ma un giorno Persia e Brithynia vollero unire tutti i paesi sotto un unico regno. Aragona e Camerot, però, non approvarono e così scoppiò un conflitto.

 

C’erano quattro ragazzi: Diego di Aragona, Alex di Camerot, Giorgia di Brithynia e Noemi di Persia. Erano amici d’infanzia e, prima della guerra, si incontravano ogni giorno sotto l’ulivo per giocare.

Quando scoppiò la guerra, decisero di vedersi lo stesso in segreto, scavando tunnel sotterranei per incontrarsi e discutere di come riportare la pace.

 

Un giorno, mentre parlavano, sentirono una voce estranea. Spaventati, scoprirono che era l’ulivo a parlare.

«Non abbiate paura» disse l’albero. «Non vi farò del male: voglio aiutarvi a fermare la guerra tra i vostri popoli».

 

Intanto alcuni soldati scoprirono il tunnel. Arrivarono in fondo e, nascosti, ascoltarono le voci dei ragazzi.

Quando tre di loro uscirono, i soldati catturarono Giorgia e la portarono nelle segrete del castello di Aragona.

 

Il giorno dopo gli amici tornarono dall’albero. Dopo qualche minuto si accorsero che Giorgia non c’era.

Chiesero: «Albero, hai visto Giorgia?»

E l’ulivo rispose: «No, ragazzi. Mi dispiace, ma non l’ho vista: stavo schiacciando un pisolino».

 

I ragazzi allora pensarono che fosse stata catturata dai soldati.

Così Diego e Alex si misero in cammino verso il castello. Arrivati alle segrete, la liberarono rubando la chiave al guardiano addormentato.

Per riportarla all’ulivo dovettero passare per il paese, e la coprirono con un velo per non farla riconoscere.

 

Purtroppo un colpo di vento scoprì il volto di Giorgia: i soldati li riconobbero e li inseguirono fino al colle, con lo stesso re di Aragona avvisato della fuga.

 

Giunti all’ulivo, i soldati alzarono le armi. Ma l’albero parlò con voce possente:

«Perché combattete tra di voi, causando migliaia di morti, quando potreste risolvere tutto senza violenza?»

 

Il re, sorpreso dal miracolo di un albero parlante, domandò:

«E come potremmo risolvere?»

 

Allora i quattro ragazzi risposero:

«Visto che Camerot e Aragona non vogliono unirsi geograficamente, resteranno indipendenti. Brithynia e Persia invece si uniranno, costruendo insieme case e città per formare un unico paese».

 

Il re accettò la proposta. Con bandiere bianche, andarono anche dal re avversario, che a sua volta approvò l’accordo.

 

Così nacque un nuovo regno: Brysia, formato da Brithynia e Persia. Tutti — re, soldati e abitanti — si radunarono attorno all’ulivo per celebrare con un grande banchetto.

 

Da quel giorno non ci furono più guerre.

 

Morale: davanti a un’incomprensione o a un disaccordo non bisogna mai combattere: c’è sempre una soluzione pacifica.

Raccontata da: Jasmine- marika – carmine – nicola

Le origini di Fragnito

Tanto tempo fa, nel piccolo paese di Fragneto, cresceva un ulivo molto antico. Non era un albero qualunque: secondo la leggenda, al suo interno viveva lo spirito del Salvatore del paese, un giovane che aveva sacrificato tutto per ricostruire Fragneto dalle sue ceneri.

Ogni anno, gli abitanti si riunivano ai piedi dell’ulivo per portargli offerte e pregare in silenzio. Ma non tutti conoscevano la vera storia che si nascondeva dietro quel rito. Una storia che risaliva a molti secoli prima…

All’epoca, in quella stessa terra, esisteva un villaggio ricco e molto frequentato, governato da un imperatore potente e rispettato. Le strade erano piene di mercanti, viaggiatori e gente felice.

Ma un giorno, qualcuno, per rabbia o per vendetta, appiccò un incendio poco fuori dal paese. Le fiamme si allargarono rapidamente, bruciando campi, case e alberi. L’imperatore fece tutto il possibile per salvare il suo popolo, ma fu inutile: l’incendio fu devastante e quasi nessuno riuscì a salvarsi.

Anni dopo, un giovane viaggiatore giunse in quella terra abbandonata. Il villaggio era ormai solo un cumulo di rovine e cenere, ma qualcosa nel suo cuore gli diceva di restare. Non poteva ignorare quella sofferenza dimenticata.

Durante una delle sue esplorazioni, trovò un ulivo secco e quasi morto, circondato da terra bruciata. Sembrava l’ultima forma di vita rimasta. Il ragazzo cominciò a prendersene cura: lo annaffiava ogni giorno, lo proteggeva dal vento e gli parlava come se fosse un vecchio amico. E a poco a poco, l’albero tornò a vivere.

Fu proprio accanto a quell’ulivo che il ragazzo iniziò a ricostruire il villaggio. Da solo, pietra dopo pietra, costruì le prime case, poi un pozzo, poi un piccolo mercato. Dopo qualche anno, la voce di quel luogo rinato si sparse nelle città vicine, e altre persone cominciarono ad arrivare. Insieme, formarono una nuova comunità.

Ma un giorno accadde qualcosa di inaspettato.

Nel villaggio arrivò un uomo strano, dal volto segnato e dallo sguardo inquieto. Il ragazzo, ormai diventato il leader del paese, lo osservò con attenzione e fece delle ricerche. Quello straniero non era un viaggiatore qualunque: era proprio colui che, anni prima, aveva dato inizio all’incendio che aveva distrutto il vecchio villaggio.

Il ragazzo lo affrontò con coraggio e gli chiese di andarsene, ma l’uomo reagì con violenza. Cercò di colpirlo al petto con un coltello, e nacque una lotta furiosa. I due combatterono a lungo, tra grida e sassi, ma alla fine fu il ragazzo a vincere.

Purtroppo, però, aveva riportato ferite gravi. Il popolo lo circondò, cercando di salvarlo, ma lui capì che non c’era più nulla da fare.

Con le ultime forze, si trascinò fino all’ulivo. Lo guardò per un’ultima volta, con un sorriso pieno di pace, e si lasciò andare. Fu in quel momento che accadde qualcosa di straordinario: la sua anima entrò nell’albero, che tremò leggermente come se lo stesse accogliendo.

Da allora, gli abitanti di Fragneto hanno sempre onorato quell’ulivo. Non solo perché aveva salvato la vita del villaggio, ma perché racchiudeva lo spirito di chi aveva creduto nella rinascita, nel perdono e nel coraggio.

E così nacque Fragneto: un paese costruito sull’amore, sulla speranza e sulla memoria.

Raccontata da: gaya

Una volta ero solo un piccolo e misero semino, infreddolito dall’inverno, rimasto solo dopo la morte dei miei genitori, in uno spoglio bosco, con intorno ulivi secchi e foglie raggrinzite sul friabile terreno. Col passare del tempo, grazie alle pioggerelle mattutine che mi rinfrescavano, crebbi e diventai una piccola e tenera piantina.                                       Un giorno sentii foglie scricchiolare, erano degli umani: un padre con suo figlio di otto anni, che si chiamava Luca. Aveva capelli color castano chiaro, occhi azzurri intensi come il mare, un naso piccolo e carino, una corporatura abbastanza robusta per la sua età e gambe lunghe e sottili, ma molto agili. Luca amava tanto la natura, infatti faceva spesso escursioni nel bosco.                                                           Mentre passeggiava, mi vide e con la sua piccola pala decise di trapiantarmi da quell’orribile bosco al suo giardino incantato.            

Il giardino aveva un’erbetta che la mattina era sempre accompagnata da una luccicante rugiada, di fianco a me c’era uno scivolo in metallo di color rosso fuoco dove Luca amava scivolarci sopra continuamente e in questo modo mi teneva compagnia e ci divertivamo tanto a stare insieme.

Ero diventato ormai maggiorenne grazie alle costanti cure del mio salvatore, ed essendo cresciuto, ero riuscito a vedere oltre la staccionata la cosa più bella che si poteva ammirare dal giardino del vicino, era un altro maestoso albero di ulivo. Aveva un tronco possente e liscio come l’olio e una chioma folta con foglie argentate: sembrava la pace in persona.

Ogni giorno mi innamoravo sempre di più, ci inviavamo aeroplanini fatti con le nostre foglie sempreverdi nei quali scrivevamo lettere d’amore.

Dopo svariati messaggi ci siamo finalmente sposati, ma il giorno prima Luca, ormai diventato grande anche lui, mi diede una brutta notizia: si trasferiva; solo che non poteva portarmi con lui nel suo viaggio, mi disse che non dovevo preoccuparmi, perché venivo trapiantato nel giardino del vicino: finalmente potevo stare insieme alla mia dolce metà e così vivemmo una vita felice.

Raccontata da: Desirè – martina – marzia

In una piccola casa situata in un’area rurale, lontana dalla città, abitava una dolce famiglia: la madre, due adorabili bambini e il padre che di mestiere faceva il boscaiolo, per conto proprio e altrui. I soldi erano pochi e l’uomo, ogni mattina, per mantenere la famiglia si recava in un boschetto per raccogliere mirtilli, lamponi, fragoline di bosco e nella stagione autunnale, funghi, noci, castagne. Inoltre, bisognava anche provvedere a procurarsi la legna da ardere nel lungo e freddo inverno.

In tanti si servivano di quel boschetto per procurarsi la legna, taglia oggi, taglia domani, ben presto non ci fu più nulla da tagliare.

Era rimasto solo un ulivo che l’uomo non avrebbe mai voluto tagliare non solo perché era stato piantato dai suoi nonni, ma anche perché portava sempre abbondanti frutti che gli davano la possibilità almeno di avere olio a sufficienza fino al prossimo anno. 

Ora, purtroppo, si trovava di fronte a un bivio: doveva scegliere se affrontare l’inverno senza avere la possibilità di riscaldarsi o sacrificare il secolare ulivo. Decise di aspettare, confindando, magari, in un inverno meno freddo del solito. Le speranze svanirono ben presto, ormai non c’era più nulla da bruciare e i bambini, a causa del freddo, erano sempre ammalati.

Così, in una fredda e grigia giornata, il boscaiolo, con il cuore a pezzi, si recò nel bosco, impugnò l’ascia con riluttanza e stava per colpirlo, ma ripensò alle passate stagioni, a quando da piccolo andava lì con i suoi genitori e su per la scala a raccogliere i suoi frutti. L’emozione fu così forte che lanciò l’ascia lontano e, ai piedi dell’albero, iniziò a piangere come un bambino. Il tempo sembrava essersi fermato, calmatosi l’uomo si ricompose e, con dentro tanta tristezza, salutò l’ulivo. Adesso, pensò, bisognava trovare al più presto una soluzione, altrimenti sarebbero morti tutti a causa del freddo. Mestamente, prese la strada del ritorno. Arrivato a casa, si recò nella legnaia, c’era ancora qualche piccolo pezzetto per accendere il camino, almeno quel giorno avrebbero potuto riscaldarsi.

Ma, come per magia, c’era tanta di quella legna che, di sicuro, sarebbe bastata a trascorrere senza pensieri la stagione invernale. Di corsa entrò in casa e chiese a sua moglie se avesse visto qualcuno portare la legna, ma niente, lei non aveva visto nessuno… Di anno in anno le cose migliorarono e l’uomo ripensando a quell’inverno, non trovando altra spiegazione, gli piaceva pensare che, in qualche modo, l’ulivo avesse voluto ripagarlo così del suo affetto.

Ma la storia non finisce qui, il boscaiolo, aiutato dalla sua famiglia, da quel giorno, si diede un gran da fare: piantava alberi ovunque, di tutte le varietà, ciascuno sarebbe cresciuto forte e robusto e avrebbe generosamente dato agli uomini, in ogni stagione, tutto ciò di cui necessitano.

 

Gli alberi sono poesie che la terra scrive in cielo.

                               Khalil Gibran

Raccontata da: lorenzo – giovanna – elisa – nicola

Fragneto Monforte… un paese abbracciato dalla natura, dove gli ulivi secolari ondeggiano al vento come se stessero sussurrando antichi segreti.
C’è chi dice che quegli alberi vedano e sentano tutto ciò che accade nel paese.
Altri non ci credono.
Ma oggi, tu che hai scansionato questo QR code, sei sul punto di scoprire una storia che pochi fragnetani conoscono… una leggenda dimenticata dal tempo.

Tanto tempo fa, a Fragneto viveva un ragazzo con un sogno più grande del cielo: voleva volare. Fin da piccolo guardava le nuvole e si chiedeva cosa si provasse a toccarle.
All’epoca, però, il paese non era ancora così sviluppato da permettere la costruzione di macchine volanti. Così, armato solo del suo ingegno e della sua tenacia, il ragazzo decise di costruirne una da solo.

Tentò quattro volte.

🔹 Il primo tentativo fu semplice e ingenuo: legò decine di palloncini pieni di elio a una sedia. Sperava che lo sollevassero in volo, ma il peso era troppo e i palloncini rimasero tristemente a terra.
🔹 Il secondo tentativo fu più audace: accese un piccolo falò e lo coprì con foglie legate insieme. L’idea era usare il calore per sollevarle in aria… ma le foglie presero fuoco all’istante.
🔹 Il terzo tentativo nacque da un miglioramento del secondo: utilizzò una candela e la avvolse in una leggera stoffa di seta. Per un attimo, la candela fluttuò… ma la seta si incendiò poco dopo.

Deluso e stanco, il ragazzo decise di prendersi una pausa.
Passarono settimane. Poi mesi.
Una sera, seduto sotto un ulivo, ricordò le parole che i suoi genitori gli avevano ripetuto tante volte:

“Credi sempre in te stesso e nei tuoi sogni. Non arrenderti, nemmeno quando mollare ti sembra l’unica scelta.”

Quella notte il cielo era limpido e pieno di stelle. Guardandole, qualcosa dentro di lui si accese di nuovo.

Così, con rinnovata speranza, si mise all’opera per il quarto e ultimo tentativo.
Prese del legno robusto e costruì un grande cesto.
Ideò un piccolo meccanismo in grado di generare calore in modo costante e sicuro.
Infine, creò un enorme pallone con un tessuto ignifugo, capace di resistere al calore senza bruciare.

E accadde qualcosa di incredibile.

Il pallone iniziò a sollevarsi, lentamente, dolcemente… fino a librarsi nel cielo sopra Fragneto.
Il suo sogno si era finalmente realizzato: aveva inventato la mongolfiera.

Ancora oggi, quel momento leggendario viene celebrato con il Raduno Internazionale delle Mongolfiere, che colora i cieli del paese ogni anno con palloni giganti, sogni e speranze.

La leggenda finisce qui… o forse no.
Ricorda: non smettere mai di sognare, anche quando i tuoi primi tentativi falliscono.
Solo l’impegno, la passione e la perseveranza possono trasformare i sogni più impossibili in realtà straordinarie.
Proprio come fece quel ragazzo… proprio come puoi fare tu.

Raccontata da: FRANCESCO – GIUSEPPE

La leggenda della Madonna della rondinella risale ad un periodo molto turbolento della storia di Fragneto Monforte ovvero la metà del 1400. All’epoca gli Angioini e gli Aragonesi erano in lotta tra loro per il dominio del Regno di Napoli. Nel 1496 Ferdinando II D’Aragona occupò e saccheggiò Fragneto governato dai Gambatesa di Monforte, conti di Campobasso, che parteggiavano per i francesi. Durante queste devastazioni il castello ducale fu incendiato. Le fiamme minacciavano di distruggere non solo la struttura del palazzo ma anche tutti i tesori e gli oggetti sacri custoditi al suo interno. Tra questi c’era un quadro che raffigurava la Madonna alla quale la popolazione era particolarmente devota. Gli abitanti si rivolgevano a Lei nei momenti di difficoltà chiedendo protezione e sicurezza.

Secondo la tradizione popolare, fu proprio durante l’incendio del castello per mano degli spagnoli, che avvenne un miracolo. Mentre il fuoco si avvicinava al dipinto apparve una piccola rondine che si posò sul quadro della Madonna e iniziò a battere le ali sempre più forte come se volesse proteggere l’immagine sacra dalle fiamme. Miracolosamente vi riuscì infatti creò un vuoto d’aria che impedì al fuoco di bruciare il quadro che rimase integro mentre tutto intorno veniva distrutto. Ferdinando II attribuì la vittoria alla Madonna e fece trasportare il quadro a Napoli nella Chiesa di Santa Maria La Nova, dove si trova ancora oggi.

Il miracolo del Quadro della Madonna – detto poi “della Rondinella” –  oggi è parte della storia e della fede di Fragneto Monforte.

Raccontata da: vincenzo – antonio – gabriel – francesco

C’era una volta, in un’epoca lontana, la Terra: un pianeta abitato dagli uomini, che però avevano smesso di prendersi cura di lui.
La situazione era particolarmente grave in Italia, e soprattutto in un piccolo paese del Sud con soli seicento abitanti.

In quel paese, la signora Alessandra lasciava scorrere l’acqua per ore senza mai chiuderla.
Il signor Alberto, nervoso e distratto, buttava i suoi documenti di carta per terra, senza preoccuparsi dell’ambiente.
Francesco, un bambino, prendeva il cibo ma quasi mai lo finiva, e sua madre gettava ogni avanzo nella spazzatura.
Il signor Antonio, pigro e indolente, usava sempre l’auto per fare anche i piccoli spostamenti, aumentando così l’inquinamento.
Un altro signor Antonio, un imprenditore locale, emetteva grandi quantità di CO2 per produrre di più, rendendo l’aria irrespirabile.
La signora Alessia, nel tempo libero, si divertiva a tagliare alberi, ma poi lasciava la legna inutilizzata.
A scuola, Maria disegnava su fogli di carta, ricavata dagli alberi, e poi li appallottolava e li gettava fuori dalla finestra per gioco.
Il signor Armando, che abitava proprio davanti al fiume, buttava i rifiuti nel corso d’acqua, dicendo scherzosamente che “avrebbero decorato il fiume”.

Il paese era ridotto male: gli acquedotti si prosciugarono, le strade si riempirono di carta e plastica, e il supermercato locale fallì perché non c’era più cibo da vendere.
L’aria era così inquinata che molti anziani, fragili e malati, non ce la fecero a sopravvivere.
La scuola chiuse perché non c’erano più fogli di carta per scrivere, e i turisti smisero di visitare il paese.
Il fiume era talmente inquinato che nessuno osava più avvicinarsi per paura di ammalarsi.

Con il tempo, la signora Alessia, Maria, Mario e Armando morirono, ma la loro assenza pesò molto sulle generazioni future.

Fortunatamente, i loro figli riuscirono a sopravvivere grazie a un piccolo tesoro del paese: un bosco di ulivi, l’unico rimasto integro, perché – dicevano i genitori – era troppo difficile da tagliare.

Purtroppo, con il passare degli anni, anche gli ulivi furono trascurati. Senza cure, pian piano appassirono e morirono tutti.
La disperazione si diffuse tra gli abitanti, che uno dopo l’altro lasciarono il paese, tranne uno: Christian, un vecchio saggio che aveva sempre criticato i comportamenti sbagliati dei suoi compaesani verso la natura.

Rimasto solo, Christian si proclamò “il giardiniere del paese”. Prima che l’uliveto morisse, aveva nascosto una piccola piantina di ulivo, come simbolo di speranza.
Con pazienza e amore, iniziò a curarla, e lentamente l’uliveto rifiorì, riportando vita e speranza nel paese.

Fragneto Monforte tornò a essere un luogo verde, pulito e accogliente, dove i suoi abitanti poterono vivere felici e in armonia con la natura.

Questa storia ci insegna che il rispetto per l’ambiente è il dono più prezioso che possiamo fare alle future generazioni.
Anche quando tutto sembra perduto, la speranza può rinascere, basta volerlo davvero.

Raccontata da: salvatore – diego

Tanto tempo fa, nasceva, in Amazzonia, Pablo, una pianta d’ulivo. Passò del tempo, ogni giorno era uguale al precedente e gli acciacchi cominciavano a farsi sentire e l’ulivo, che non si era mai mosso da quel luogo, non voleva finire lì i suoi giorni. Decise allora di mettersi in viaggio per vedere altri luoghi della Terra. Ovunque poté ammirare le bellezze della natura: panorami mozzafiato, animali a lui sconosciuti, albe e tramonti che a casa sua non aveva mai potuto vedere perché intorno aveva alberi molto più alti che gliene impedivavo la vista.

Un giorno, in mare vide un’isola e avvicinandosi sentì un odore sempre più sgradevole: l’aria era irrespirabile, decise allora di allontanarsi velocemente da lì e si diresse verso la costa più vicina. Una volta a terra, mentre camminava vide una specie di casa grigia dalla quale fuoriusciva del fumo nero, denso, incuriosito, si avvicinò e al suo interno c’erano alcuni strani esseri.  Rimase lì a osservarli per qualche minuto, poi, pensieroso, proseguì, imbattendosi così in un animale molto simile alle volpi che vivevano nella foresta amazzonica, stava cercando del cibo in un mucchio di rifiuti. Forse, pensò, lui avrebbe potuto rispondere a tutte le sue domande.

Giacomo, questo il suo nome, gli raccontò che gli strani esseri erano in realtà delle persone e l’isola invece era il risultato del loro modo di vivere. Da tempo, ormai, l’uomo commetteva errori e tra i tanti, abbandonare per strada i rifiuti. L’isola, per esempio, era un enorme accumulo di plastica gettata in mare che causava danni enormi all’ambiente marino e non solo. Pablo, triste e amareggiato avrebbe voluto trovare una soluzione, ma ormai le forze stavano venendo meno, si sentiva sempre più stanco e inutile. Da solo, in quelle condizioni, non avrebbe potuto fare molto…

Girovagando, si imbatté in un giardino incantato e, sorpresa, c’erano degli ulivi dalla chioma folta e rigogliosa, carichi di tanti frutti: per lui, una vera boccata d’ossigeno. Pablo raccontò loro la sua avventura ma, in realtà, sapevano tutto e per di più, già da tempo lottavano contro il degrado dell’ambiente. Come per magia, l’ulivo non sentì più il peso degli anni, ora aveva un’importante missione da compiere insieme ai suoi nuovi amici: far capire alle persone che è fondamentale preservare l’ambiente, rispettandolo, prendendosene cura, sempre.

E adesso noi e anche voi che state ascoltando la nostra storia, uniamo le nostre forze, rimbocchiamoci le maniche e rendiamo il mondo un posto meraviglioso!

 

Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo pesce mangiato, e l’ultimo fiume avvelenato, vi renderete conto che il denaro non si può mangiare.

1876, Toro Seduto, capo tribù dei nativi americani Sioux

Raccontata da: jacopo – laura – alice – jennifer – nicole

A CAUSA DELL’INCENDIO CASALDUNI BRILLÒ

MA IL CASTELLO IN VITA RESTÒ.

MOLTI SOLDATI FURONO UCCISI

E CI FU UNA GRANDE CRISI.

UN’ALTRA TRISTEZZA ARRIVÒ:

IL TERREMOTO LI ROVINÒ.

GLI ABITANTI FURONO SCONVOLTI

E POI, DAL BORGO, FURONO ACCOLTI.

PER RIAVVIARE QUESTO PAESE

TRASCORSE PIÙ DI UN MESE.

OGGI CASALDUNI È RINATO

MA DELLA SUA STORIA

NON SI È MAI DIMENTICATO.

Raccontata da: francesca – federica – noemi

Mi chiamo Ortice e affondo le radici in questa terra antica del Sannio, tra colline che respirano i venti del Fortore e del Tammaro.

Da secoli resto in piedi, silenzioso e testardo. Il mio corpo è contorto, ma non per debolezza; è grazie a questa forma che resisto al vento.

Danzo con la terra, custodendo il passato senza spezzarmi.

Sono un olivo, sì… ma non uno qualunque.

Porto con me una storia che profuma di tempo, di mani callose di contadini e di cieli assolati.

Da generazioni cresco su questo terreno pietroso, dove il sole non manca e la pioggia, quando arriva, è accolta come una benedizione.

Qui ho imparato la pazienza. Ogni mio ramo, ogni mia foglia, è frutto dell’amore di chi mi conosce e mi rispetta.

Le mie olive — chiamate “a bocca di passero” per la loro forma allungata — non sono semplici frutti: sono piccoli scrigni d’oro verde.

Nasce così un olio dal profumo intenso, fruttato, che dimora a lungo nella memoria e sul palato. Un olio che non ha bisogno di gridare per farsi notare: basta un cucchiaio versato sul pane per raccontare il sapore della terra.

Io sono Ortice. Sono tra i pochi rimasti a ricordare come si fa a restare.

Raccontata da: Farniateca

San Nicola nacque intorno al III secolo d. C. nell’antica Licia. Diverse fonti affermano che perse i genitori quando era ancora molto piccolo ereditando una grande ricchezza in oro e proprietà. Profondamente devoto a Dio, molto generoso e sempre disposto ad aiutare i bisognosi, considerava la sua ricchezza un dono da utilizzare per il bene del prossimo. Numerosi furono i suoi gesti di grande generosità ma ce n’è uno particolarmente significativo che spiega il perché San Nicola viene raffigurato in statue e dipinti con tre sfere d’oro, generalmente poggiate su un Vangelo retto dalla sua mano sinistra.

Nicola, prima di essere consacrato vescovo, venne a conoscenza della situazione drammatica in cui si trovava una famiglia nobile e ricca, caduta in miseria. Il padre, disperato per la povertà, si trovò costretto a considerare l’idea di far prostituire le sue figlie per ricavare il denaro necessario alle loro doti matrimoniali poiché senza di esse sarebbero rimaste emarginate. Nicola decise di aiutare questa famiglia ma volle farlo in segreto, seguendo gli insegnamenti del Vangelo che esortano a fare elemosina senza ricevere riconoscimenti o gratitudine. Così fece tutto di notte: raccolse una somma di monete d’oro, le avvolse in un panno e le gettò attraverso una finestra della casa della povera famiglia. Questo gesto permise alla figlia maggiore di sposarsi; successivamente Nicola ripetè il gesto di elemosina per la seconda figlia. Il padre felice ma anche curioso di sapere l’identità del benefattore, rimase sveglio nelle notti successive nell’ attesa che il gesto fosse compiuto anche per la terza e ultima figlia. Così quando Nicola per la terza volta gettò il denaro attraverso la solita finestra, l’uomo si precipitò fuori e lo raggiunse. Cominciò a ringraziarlo ma in risposta, il santo lo obbligò a giurare di mantenere il segreto.

Le tre sfere, quindi, rappresentano i tre sacchetti di monete e sono il simbolo dell’altruismo di San Nicola, divenuto il protettore dei deboli.

Proprio alla sua generosità e alle leggende che raccontano dei suoi miracoli in favore dei bambini e dei bisognosi, è legata l’origine della festa patronale a Fragneto Monforte divenuta un elemento fondamentale della storia e dell’identità del paese. La festa tradizionale, così come viene organizzata ancora oggi, risale ai secoli XVII/XVIII quando veniva assegnata al capo di famiglia povera o bisognosa. Quindi alla base della celebrazione della festa c’era uno spirito di solidarietà verso coloro che nella comunità si trovavano in condizioni disagiate e  difficili. Ancora oggi le processioni per le vie del paese, la raccolta del grano e poi la macina, le donne che preparano pasti e panelle e le lunghe tavolate richiamano questo significato profondo della festa.

Infine, la figura di San Nicola è considerata la base storica del moderno Babbo Natale. La tradizione dei regali è legata ai suoi gesti di generosità di San Nicola e alle leggende, come questa delle tre sfere, che raccontano dei suoi miracoli in favore dei bambini e dei bisognosi.

Raccontata da: fabrizio – flavio – desirè – mariailda

Nel lontano 1861, un gruppetto di quattro adolescenti in bicicletta andò a visitare il famoso paese di Casalduni, incuriosito dalla sua storia e dal suo famoso paesaggio. Mentre i ragazzi passeggiavano spensierati, intravidero, da lontano, un edificio che sembrava proprio un castello e, a quanto pare, lo era davvero! Decisero, così, di visitarlo. iniziarono ad avvicinarsi a poco a poco, curiosi di vivere una nuova avventura. rimasero incantati, fin da subito, dal fascino di quella fortezza: era un vero tesoro di storia. Aveva le pareti in pietra, una grandissima porta marrone con delle imponenti maniglie di legno. Anche i meravigliosi archi erano in pietra, il muschio a terra, di un verde intenso, guidava i visitatori verso l’ingresso. Il cielo che li accompagnava era di un azzurro splendente.

Per accedere al castello bisognava percorrere venti scalini. I ragazzi provarono a bussare e la porta si aprì, improvvisamente: davanti a loro una signora vestita di nero, con in mano uno straccio. La donna pose ai ragazzi alcune domande, incuriosita dalla loro presenza. Quando capì che il desiderio dei protagonisti era quello di visitare la struttura, li condusse dalla famiglia che abitava lì da molti anni. I proprietari raccontarono, da subito, ciò che aveva incuriosito i ragazzi più di tutto: l’origine del nome del paese:

«Cari ragazzi, io conosco molto bene il significato del nome Casalduni; dicono sia nato dall’espressione “casale-di-uni” che significa casa di una sola persona; il nome pare sia stato scelto dagli angioini, durante la conquista del sud Italia e…»

«ehi, ma cos’è questo odore di bruciato?»

I ragazzi uscirono a controllare e videro che il castello era in fiamme.

Il proprietario della struttura, davanti a quello spettacolo raccapricciante, saltò in sella al suo cavallo e, dopo aver radunato tutta la sua famiglia, scappò.

Anche i ragazzi erano terrorizzati, saltarono in sella alle loro biciclette: pedalavano, pedalavano velocemente, urlando dalla paura, e cercando di non voltarsi in nessun modo.

Arrivati in campagna, ormai al sicuro, ma con le guance ancora accaldate per lo spavento, si voltarono per ammirare il panorama e rimasero incantati: una distesa di uliveti e vigneti dipingeva il territorio di mille sfumature. la paura lasciò, così, il posto a una dolcezza infinita. 

Rimasero a guardare la campagna per un po’; furono incuriositi da un grappolo d’uva, proprio accanto a loro. Dopo averlo accarezzato con cura, decisero di assaggiarlo e trovarono il sapore un po’ amarognolo. Mentre gustavano i vari chicchi, una signora e suo marito, intenti a lavorare la terra di famiglia, li salutarono e li invitarono a casa loro: una piccola casetta, tutta in pietra, dalla quale proveniva un dolce profumo di fragole li accolse. Sulla soglia della porta i ragazzi intravidero una giovane fanciulla, impegnata a decorare una delle crostate più belle e profumate di sempre.

La donna, cortese e gentile, offrì subito un pezzo ai nuovi arrivati che gustarono quella prelibatezza con piacere. Dalla piccola finestra sulla cucina, contornata da piccole tendine ricamate, si intravedeva un trattore che trasportava uva bianca; un ragazzo, con cura e amore, accompagnava le sue pecore al pascolo.

I giovani salutarono con affetto e, dopo aver ringraziato per aver ricevuto una così calda accoglienza, decisero di tornare a casa.

Raccontata da: elisa – antonio – valentina – cristina

Ciao, sono un albero parlante. Vivo qui da molti anni e in tutto questo tempo ho visto tante cose cambiare… Ho visto le stagioni susseguirsi, bambini crescere, famiglie passeggiare all’ombra delle mie foglie. Ma ho anche assistito a tanti comportamenti sbagliati, sia nei miei confronti sia verso l’ambiente che mi circonda, e questo mi ha fatto soffrire.

Per questo oggi voglio parlarti, proprio a te che stai visitando questo uliveto, per spiegarti perché non dovresti mai inquinare la natura, ma prendertene cura con rispetto e amore.

Ricordati che noi piante non siamo solo tronchi o foglie: siamo la casa degli uccellini, il rifugio degli insetti, l’ombra per i viaggiatori e l’aria pulita che tutti respirano. Quindi rispettaci e ascoltaci… perché, anche se non parliamo con parole, comunichiamo con il vento. Ogni fruscio tra i rami è una parola, ogni fiore che sboccia è un sorriso che ti inviamo.

Se ci dai affetto con le tue parole e le tue azioni, ti risponderemo con bellissimi fiori, frutti gustosi e profumi che fanno sognare. Perché sì, anche noi sentiamo le emozioni e le restituiamo a chi ci rispetta.

Ma quando le persone abbandonano rifiuti a terra, appiccano incendi nei boschi o inquinano le nostre terre, noi soffriamo. Le nostre radici faticano ad assorbire l’acqua pulita, le nostre foglie si riempiono di polvere e veleno, molti animali muoiono, e il bosco perde la sua magia e vitalità.

Tu, però, puoi fare la differenza. Sì, proprio tu! Ogni volta che butti un rifiuto nel cestino, spegni un fuoco con cura o parli dell’importanza dell’ambiente con i tuoi amici, stai salvando un pezzetto di mondo. Fai come noi alberi: cambia le foglie ma conserva le radici, cambia le tue idee ma mantieni i tuoi valori.

Devi agire, devi fare l’impossibile, perché arrendersi non è mai un’opzione. La nazione che distrugge il proprio suolo, distrugge sé stessa. L’ambiente va rispettato, protetto, e mai rovinato. Se rispetterai la natura, avrai un mondo migliore in cui vivere.

Grazie per avermi ascoltato. Spero che tu e i tuoi amici comprendiate questo messaggio e vi impegniate insieme a me per aiutare il nostro pianeta.

Un saluto dal tuo amico albero!

Raccontata da: grazia – erika

C’era una volta un brav’uomo, dal volto sereno e dalla lunga barba bianca, che un giorno mi piantò vicino a un fiume limpido e cristallino. La natura, lì, era pura e incontaminata: i bambini correvano felici tra gli alberi giocando a nascondino, le ragazze si sfidavano in partite di pallavolo e i ragazzi giocavano a calcio sul prato.
Era un piccolo angolo di paradiso, e io, giovane albero, mi sentivo fortunato a crescere in un luogo così pieno di vita.

Passarono gli anni, e con essi mutarono anche le abitudini delle persone. Un giorno, con mia grande tristezza, vidi il fiume iniziare a soffrire. Alcuni ragazzi, incuranti della bellezza che li circondava, iniziarono a gettare rifiuti nell’acqua: bottiglie di plastica, buste, carte, bicchieri… La sabbia un tempo dorata si riempì di vetri e cartacce. L’acqua, che un tempo scintillava sotto il sole, divenne torbida, di un marrone opaco.

Gli alberi lungo il fiume – me compreso – iniziarono lentamente ad ammalarsi. Le nostre foglie si fecero spente, i rami più deboli, le radici meno salde.
Fu proprio in quel momento difficile che accadde qualcosa di sorprendente: il brav’uomo tornò.

Mi osservò attentamente, notò la mia sofferenza… e con delicatezza mi sradicò. Mi portò lontano da quel luogo ormai malato, fino a un paese dove la natura era ancora rispettata, l’aria pulita e la terra fertile.
Quel paese si chiamava Fragneto Monforte.

Non so chi fosse davvero quell’uomo gentile… Forse San Nicola, il santo protettore del paese? Forse uno spirito buono della natura? Chissà…

Nel corso degli anni ho messo radici profonde in questo nuovo territorio. Ho imparato a conoscere e amare le sue tradizioni: la festa di San Nicola, la distribuzione delle panelle, la macina… Ogni stagione mi regala emozioni nuove, e ogni persona che passa accanto a me sembra portarmi un saluto gentile.

Ora vivo sereno in un meraviglioso uliveto, circondato da persone che rispettano l’ambiente e lo custodiscono come un bene prezioso.

Per questo ho deciso di raccontarvi la mia storia.
Perché le nuove generazioni devono sapere quanto è importante l’ambiente che ci circonda.
Un fiume, un albero, una brezza pulita: tutto è vita.
E senza alberi, senza rispetto per la natura, sul pianeta non ci sarebbe più futuro.

🌱 Impegniamoci tutti, ogni giorno. Anche un piccolo gesto può fare la differenza.
Raccogliere un rifiuto da terra, piantare un seme, risparmiare acqua… sono azioni semplici, ma fondamentali.
Solo insieme possiamo costruire un mondo più sano, più verde, più giusto

Raccontata da: simona – amalia – melissa

C’era una volta, tanto tempo fa, un albero solitario, aveva la corteccia rovinata, vecchia e sgualcita. Questo albero non lo curava nessuno ed aveva degli strani frutti piccoli e tondi, che avevano un colore verde oliva e tronchi scavati e rovinati.

Un giorno fu strappato da un drago venuto da una terra sconosciuta chiamata Aroland che lo portò in un castello molto brutto, sul monte Taburno. A un certo punto un mago disse che quello era il castello dove tutte le cose brutte andavano a finire.

L’albero scappò da lì e quando disse agli altri alberi che lo aveva preso un drago e portato in quel castello, lo presero per uno “stregalbero” e volevano bruciarlo vivo con l’olio. Lui li fermò con delle mosse di jujutsu, un’antica arte marziale e da allora fu chiamato olivo perché, anche se sembrava morto, lui era vivo.

Raccontata da: raffaele – guido

C’era una volta un albero di ulivo che riuscì a superare tutte e due le guerre mondiali grazie agli insegnamenti di un suo vecchio amico che lo aveva accudito fin da bambino.

Dopo 80 anni di guerre mondiali aveva ancora le foglie verdi e il tronco scavato dentro. Ormai erano tutti tristi nessuno gli dava retta persino il suo migliore amico: la quercia. Pian piano il suo paese stava diventando meno affollato e quasi tutti i suoi amici morirono nelle guerre. Lui era un grande guerriero e salvò tanti suoi amici, c’era un giovane olivo che non l’aveva mai visto e voleva fare amicizia e andare vicino all’ albero vecchio, si avvicinò e l’albero vecchio disse: “Piacere”, lui fu contento e si sentì protetto e si accorse che l’albero vecchio era più felice perché aveva trovato un giovane amico.  

In questo paese arrivarono alberi cromatici che lo prendevano in giro, perché era il più vecchio del paese. A un certo punto il suo amico quercia lo difese. Da quella azione gli alberi cromatici diventarono suoi amici. Quercia e ulivo iniziarono a ribellarsi alle guerre, poi avvenne un bombardamento e i suoi amici stavano morendo tutti, il vecchio ulivo salvò il suo migliore amico quercia, ma questo purtroppo morì: tutti diedero le condoglianze al suo migliore amico e gli portarono fiori colorati.

MORALE

Chi trova un amico trova un tesoro.

Raccontata da: francesco – alberto – nicola – andrea

C’erano tre ragazzi di nome Claudio, Vincenzo e Veronica.

Un giorno sentirono la madre di Veronica raccontare di un certo albero sul Monte Olay. Diceva che lì regnava un maestoso albero infestato.

Il giorno seguente i ragazzi chiesero spiegazioni alla maestra, che rispose:

«Non si tratta di un albero infestato, ma dell’albero della pace».

Da quel momento i tre amici non parlarono d’altro. Alla fine a Vincenzo venne un’idea:

sarebbero partiti per scoprire la verità su quell’albero. Veronica prese i vecchi zaini di sua madre e fissarono l’appuntamento per il 16 novembre 2007.

Claudio non era convinto: non voleva affrontare quell’avventura, perché era sempre stato molto pauroso. Nel loro villaggio, infatti, scoppiavano spesso guerre, e i ragazzi speravano che, dopo quel viaggio, l’oasi sulla collina li avrebbe riconosciuti come portatori di pace.

Il 16 novembre si ritrovarono in via Collemarino e partirono felici. Poco dopo, però, una forte tempesta si abbatté su di loro. Per fortuna lì viveva una signora che li accolse in casa. I ragazzi le raccontarono la loro missione, ma la donna li mise in guardia: «È molto pericoloso».

I tre non si lasciarono scoraggiare e passarono la notte da lei.

La mattina seguente ripresero il cammino. Ai piedi del monte Olay trovarono una grande scalinata con un cartello: “Attenzione, percorso fragile”. Non capirono cosa volesse dire, finché Veronica non lanciò una pietra: la scalinata scomparve sotto i loro occhi. Decisero allora di stringersi la mano e correre insieme: contro ogni previsione, riuscirono a passare.

Era quasi notte quando trovarono una casetta dove riposare.

Il mattino dopo ripresero il viaggio, ma all’improvviso Claudio gridò. Veronica si voltò e vide che indicava un ordigno: era una dinamite! Con attenzione riuscirono a superare quel tratto, ma restarono sconvolti. Chi poteva aver messo lì quelle trappole?

Dovettero montare una tenda per dormire, e la mattina successiva continuarono a interrogarsi: chi e perché voleva fermarli?

Più avanti trovarono un enorme labirinto di spine di rose, che superarono con fatica. Ormai erano vicini all’albero, ma calava la notte, così montarono di nuovo la tenda.

Il giorno dopo ripresero a camminare e finalmente scorsero la sagoma dell’albero. Ma davanti a loro c’era un grande cancello chiuso. Scoraggiati, notarono poco lontano una casa e decisero di bussare. La porta si aprì da sola.

Dentro, con stupore, videro una chiave. Stanno per prenderla, quando un uomo enorme dalle spalle larghe, mani gigantesche, barba folta e capelli ricci quasi afro li fermò.

Disse loro:

«Non potete prendere questa chiave. Voi venite dall’Oasi in Collina, il villaggio in cui regnano sempre guerre».

I ragazzi, tristi, annuirono. Poi spiegarono:

«È proprio per questo che siamo qui. Siamo stufi delle guerre. Vogliamo fuggire da tutto ciò. La natura ci regala un mondo meraviglioso, eppure gli uomini trovano sempre un motivo per litigare, sia da grandi che da piccoli. L’uomo non cambierà mai…»

Raccontata da: rebecca – eva – ester – antonio

Le origini di Fragnito

Quella che stai per ascoltare è una storia di pura fantasia, nata per raccontare – in modo magico e immaginario – le misteriose origini del paese di Fragneto Monforte.

C’era una volta, in un piccolo orto circondato dal silenzio della natura, un ulivo secolare. I suoi rami abbracciavano il cielo e le sue radici affondavano nella terra da secoli, spettatore silenzioso del tempo che passava.

Un giorno, proprio sotto le sue fronde, arrivò un misterioso cavaliere: si chiamava Gnito. Era astuto, coraggioso e bello come il sole. Il suo cavallo era nero come la notte, e la sua armatura scintillava sotto il sole.

Ma ogni eroe ha un nemico… e Gnito non faceva eccezione.
Il suo rivale si chiamava Achille: un uomo brutto, invidioso e malvagio. Geloso della forza e della nobiltà di Gnito, lo odiava con tutto il cuore.

Un giorno, accadde l’inevitabile: Achille sfidò Gnito in duello, proprio ai piedi dell’antico ulivo.
Il combattimento fu lungo e feroce. Le spade si incrociavano con colpi violenti, i due avversari sudavano e ansimavano, gli scudi tremavano a ogni fendente, producendo boati che facevano tremare la terra.

Alla fine, con un colpo deciso, Gnito disarmò Achille, che cadde a terra. Il cavaliere affondò la sua spada nel petto del nemico, ponendo fine alla sua crudeltà.

Ma non tutto era finito.

La madre di Achille, una strega potente e malvagia, venuta a sapere della morte del figlio, fu colta da un’ira furiosa. Afferrò la sua bacchetta magica e si precipitò sul luogo del duello.

Quando arrivò, vide Gnito inginocchiato accanto al corpo senza vita di Achille, che stava coprendo con un velo bianco, in segno di rispetto. La strega, accecata dalla rabbia, alzò la bacchetta e lanciò un incantesimo.

Una luce abbagliante colpì Gnito, che si voltò appena in tempo per vedere il bagliore. Disorientato e stanco, cadde a terra, privo di forze.

Passarono due giorni. Poi accadde qualcosa di straordinario.

Dal suo corpo iniziarono a nascere meraviglie.
Dalle sue braccia spuntarono colline verdi, campagne fertili e fiumi scintillanti.
Dalle sue gambe crebbero case, vicoli e strade, intrecciate come vene di una città viva.
E dalle punte dei suoi piedi, come per magia, nacquero campi da calcio, scuole e chiese, simboli della comunità che stava per nascere.

Il piccolo paese prese lentamente forma, diventando un luogo pieno di vita, di tradizioni e di sogni.

Gli abitanti, testimoni del miracolo, decisero di onorare il cavaliere caduto dando al paese un nome che lo ricordasse.
E così, unendo le parole “Fra” (fratello), in memoria del suo spirito nobile, e “Gnito”, il suo nome… nacque Fragnito.
Un nome che, nel tempo, divenne Fragneto Monforte, il paese che conosciamo oggi.

Fine? Forse no.
Perché ogni luogo ha le sue leggende, e ogni leggenda nasconde un pizzico di verità…
Magari, se ascolti il vento tra gli ulivi, potresti ancora sentire il suono delle spade… o il respiro silenzioso di un cavaliere che ha dato tutto per un sogno.

Raccontata da: Gioele

Benvenuti in questa edizione straordinaria, oggi ricordiamo un albero simbolo di pace, folto e ben tenuto nonostante l’età. Quest’ albero tra alti e bassi è sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, adesso faremo raccontare la storia a una visitatrice, diamogli la parola: “Salve a tutti, io sono Federica ero in un bosco vicino Berlino, ad un certo punto sentii il suono di un bombardamento, quindi uscii dal balcone e vidi tantissimo fumo, allora, mentre andavo nel bunker vidi nell’oscurità tanti alberi a terra tranne uno, io rimasi sconvolta, dopo un mese passato lì, andai a prendere le ultime cose anche se ormai era tutto distrutto.

Dopo tanto tempo neanche io potevo crederci! L’albero era ancora lì, quindi, presa dalla curiosità, decisi di avvicinarmi mi impressionai perchè l’albero parlava e mi disse che lui era sopravissuto a questa tremenda e crudele guerra e che era molto felice di conoscermi. Io me ne andai da lì.

Dopo qualche anno ritornai dove avevo conosciuto l’albero e purtroppo lo vidi a terra, mentre stavamo andando via lui mi sussurrò queste parole: “Aiutami, portami un secchio d’acqua da mettere nelle mie radici, perchè questa guerra ha inquinato e portato mancanza di acqua ovunque” Io glielo portai subito, decisi di prendere un suo piccolo rametto e lo piantai nel terreno, tornai a casa e scoppiai a piangere.  Andavo ogni giorno dal rametto e pian piano iniziò a crescere. Dopo una certa grandezza lo abbracciai e lui mi disse: “Grazie”. Questa è stata la meravigliosa storia di quell’ albero, grazie per averci ascoltato a domani.    

 

La MORALE  di questa storia è NON MOLLARE MAI!

Raccontata da: martina – eleonora

Il termine zingaro, dato agli abitanti di Fragneto Monforte, deriva dal fatto che, tanti e tanti anni fa, essi erano capaci venditori di bestiame, navigati carrettieri e maestri riparatori di pentole (cautare) e attrezzi vari in ferro. Usavano lo stagno per queste lavorazioni e pertanto venivano chiamati stagnari. Il mestiere di stagnari lo avevano appreso dai zingari caudarari che venivano dalla Calabria e precisamente dalla provincia di Cosenza. Anche il mestiere di venditori di animali, nelle fiere di paese, lo avevano appreso dagli zingari–nomadi. Poiché i fragnetani erano professionisti di questi tre mestieri: Carrettieri, stagnari e venditori di animali, venivano conosciuti, nelle fiere di paese, con l’appellativo di ZINGARI.

A nui ce chiamano zingari addó iamo

p’i pertusi ‘e cautare stagnamo,

a ogni feria ‘e paese ce truati

cu’ traini chini ‘e rrobba p’u mercato.

Stagnà è n’arte e ‘na cunuscenza

‘mparata da i zingari ‘e Cusenza

che, ogn’anno vienno a ‘stu paese

e stanno ccà, cu nui, chiù ‘e nu mese.

Si s’ha dda ì a paisi furastieri,

a Fragnito ce ne stanno ‘e carrettieri.

Simo stagnari e carrettieri antichi,

artisti e masti dinto a chisti vichi.

Avima ringrazzià si ‘sta cuscienza

ha cunusciuto i zingari ‘e Cusenza

pe’ nui è cristiano u niro e u ianco

e tenimo pront’’a mano pe’ chi è stanco.



(Versione del 1800 primi anni ‘900 – Ricordo di Cosimo Vetere)

Simo zingari caudarari

venimo a Fragnito da Cusenza.

Simo zingari e simo signuri

vennimo marenghi pe’ buttuni.

RITORNELLO

E, pe’ chiglio ca nun sente,

chesta voce avimm’aizà:

Cautara-a-ri, cautara- a-ri.

Ci sono diverse versioni della canzone popolare: ZINGARI CAUDARARI.

Questa canzone viene cantata e sceneggiata durante le sfilate del carnevale a Fragneto Monforte. Mio fratello Cosimo, negli anni ’40, ha partecipato a una di queste rappresentazioni in qualità di giovanetto e si ricorda, vagamente, questa antica versione della prima parte della canzone. Da notare la moneta di quel periodo: il marengo che fu coniato nel 1801, dopo la vittoria di Napoleone a Marengo in Piemonte.

Raccontata da: farniateca

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